Il Nuovo Leader Integrato

Qual è lo stato di salute del concetto di Leadership oggi? La risposta appare, più che complessa, indubbiamente complicata da una visione che ha radici storiche e psicologiche profonde e che vuole far coincidere la Leadership con un ruolo quasi meramente aziendale legato a potere, autorità ed influenza sugli altri. Questo sistema di ossessione per il controllo va chiaramente a scontrarsi con la realtà socio-economica che stiamo vivendo, in cui i protagonisti interagiscono in misura crescente e risultano sempre più interconnessi, generando maggiore complessità e conseguente difficoltà nel gestire l’imprevedibile. La complessità è un nuovo e potente punto di vista sistemico delle relazioni umane e di business fondato sulla consapevolezza della circolarità dei fenomeni e della interdipendenza delle azioni. Il nuovo Leader diventa così un “generatore” di contesti che facilita la propensione evolutiva, riconosce le dinamiche che muovono il tutto e agevola la crescita del sistema. Essere generativi significa “mettere al mondo” e prendersi cura di quanto generato così che questo possa crescere e fiorire. Tale dinamica, se letta trasversalmente, può riguardare la nascita di un nuovo “Io-Leader”.

Leadership significa letteralmente: “condurre la barca”. La capacità del Leader consiste nel gestire tutti questi aspetti e situazioni che comprendono se stesso, le proprie emozioni e le proprie competenze nonché la vita, le emozioni e le competenze delle persone che navigano con lui. Perché proprio la barca? Perché attinge al significato di uno dei più archetipici e universali racconti sulla Leadership e sulla salvezza. Avere capacità di Leadership in estrema sintesi significa: condurre in salvo la propria anima. In un modo o nell’altro, siamo tutti chiamati a essere i conduttori di una barca chiamata vita, a essere responsabili della guida delle future generazioni e della costruzione del mondo che desideriamo. L’alternativa è farci condurre: dalle mode, dalle ideologie, dai condizionamenti famigliari, sociali, culturali e dagli accadimenti esterni. La sola consapevolezza di essere Leader di se stessi, ci pone nella rosa delle persone che sanno di potere costruire la propria felicità e che utilizzano al meglio i propri talenti. La leadership è dunque molto più di uno status. È la competenza del Leader che include la visione sistemica del mondo e la capacità di generare nuovi paradigmi integrativi di pensiero e d’azione dove possano crescere profitto e benessere, amore e potere, visione globale e territoriale, persona e società, presente e futuro del pianeta. Prima di gestire e condurre gli altri, al Leader è richiesto di gestire e condurre la complessità della propria vita.

Focus del progetto Leadership Design Academy è la formazione della consapevolezza del Leader circa se stesso e i propri comportamenti, l’educazione delle competenze umane e l’apprendimento delle dinamiche intra e interpersonali nel privato, nei gruppi e nelle organizzazioni. L’esito del processo di formazione è una sintesi coerente fra le esigenze formative professionali, e/o aziendali e il rafforzamento dell’identità personale e sociale del Leader che comprende l’affinamento del suo stile di conduzione e la forza d’impatto della sua presenza. Il modello didattico è basato sui sei archetipi di Leadership, caratterizzati ognuno da tre dimensioni (self awareness, people management, organization management ), dalla cui integrazione emerge la Leadership Sistemica Generativa, un settimo archetipo di Leadership, risultato dell’apprendimento di nuove competenze e del rafforzamento di potenzialità latenti. Essa è il completamento della personalità, dello stile, della presenza, del sogno e del valore di ognuno.

In quest’ottica, il recente funzionamento organizzativo delle aziende abbandona la classica visione dell’organizzazione come deterministica, caratterizzata da una relazione lineare tra le variabili e da risultati aziendali standardizzabili, e richiede la presenza di un modello di Leadership innovativo, in cui il ruolo organizzativo non è ricoperto da una persona che esercita la propria autorità sugli altri, imponendo la propria visione individuale. Il nuovo modello di Leadership, infatti, a differenza delle teorie classiche sulla figura del Leader, promuove e facilita l’evoluzione di comportamenti d’interazione attraverso la creazione di condizioni per l’autorganizzazione degli individui e la generazione di contesti che favoriscano interconnessioni e scambi reciproci. La nuova figura del Leader “generativo” valorizza ogni componente del proprio team di lavoro attraverso un focus sul “care”, migliorando l’efficacia relazionale e promuovendo l’autonomia decisionale dei propri collaboratori.

La Leadership è naturalmente generativa: le stesse neuroscienze confermano che in fase di accudimento si produce più ossitocina, si abbassa il testosterone e si sviluppano una serie di soft skills come l’ascolto, la comunicazione, l’intelligenza emotiva, la creazione di alleanze, il giudizio, la decisione, la gestione del tempo, la capacità di delega e collaborazione, la creatività, l’apprendimento attivo, la visione e gestione del cambiamento. Poter coinvolgere altre persone nella propria vision è fondamentale. Solo sentendosi inclusi è possibile che ci sia attivazione anche a livello della mission personale. La vision non può perciò che essere trans-personale ed inclusiva: più è ampio il contesto a cui si rivolge il “per chi” si fa o si desidera fare qualcosa, più elevato è il possibile coinvolgimento di altre persone, poiché ogni persona ha bisogno di sentire che le azioni che compie sono importanti e sono mirate alla realizzazione di scopi che vanno al di là dei suoi interessi personali ed arrivano fino alla sua realizzazione personale. Significa vedere la realtà nella sua complessità: percepire, nell’interdipendenza dei fenomeni, i diversi livelli di generazione delle identità relazionali, fino a ricomprendere ciò che si fa – dal contesto in cui si opera, a cosa si fa ed a come lo si fa via via fino ai propri valori ed alle proprie convinzioni – in una risposta così ampia che è in grado di includere anche coloro che non conosciamo e tutti gli esseri viventi su uno stesso, unico pianeta.

EFFETTO SPOTLIGHT

Essere al centro dell'attenzione è soltanto frutto della nostra immaginazione? Spesso capita di sentirci osservati e giudicati anche quando questo non accade. 

Si chiama effetto spotlight e consiste nella tendenza innata e del tutto umana a sopravvalutare il grado di attenzione che gli altri rivolgono al nostro aspetto e al nostro comportamento.  E’ come se un raggio luminoso, o un “occhio di bue” teatrale ci tenesse sempre esposti alla visibilità altrui (da qui deriva l’uso della parola “spotlight” per descrivere l’effetto). Ricerche recenti hanno confermato che la percentuale di attenzione a noi dedicata nella maggior parte delle situazioni è molto più bassa rispetto a quella che ci aspetteremmo.

Ciò accade anche con le nostre emozioni: ad esempio quando, spacchettando un regalo poco gradito, siamo sicuri che la nostra espressione di non apprezzamento venga notata da tutti i presenti..mentre ciò non succede. Pensiamo infatti che gli altri possano leggere le nostre espressioni molto più di ciò che realmente riescano a fare. Gli psicologi la chiamano "‘illusione di trasparenza", che tende a farci credere che, se chiari per me, i miei stati d’animo siano chiari anche per l’interlocutore. Quindi, il nostro stato “disposizionale”  è da noi ritenuto erroneamente di facile accesso agli interlocutori, mentre siamo decisamente più opachi di quanto il nostro Io sia disposto ad ammettere.

Una spiegazione a questi fenomeni è che l'essere umano è essenzialmente e naturalmente al centro del proprio mondo, perciò tende a sentirsi al centro anche dei mondi altrui. E’ questo un sistema difensivo del concetto di Sé, nel quale lo scopo è quello di attribuire importanza a quegli elementi che ci rendono “unici e speciali” e “meritevoli” di attenzione da parte del prossimo. Essendo importante “per noi”, riteniamo infatti che lo debba essere anche per gli altri. Il risultato è che le persone finiscono per evitare di compiere certe azioni a causa della preoccupazione esagerata che, in caso di fallimento, tutti gli altri, considerati come degli attenti spettatori, si accorgano della difficoltà e siano pronti a giudicare negativamente.

Il consiglio è dunque quello è di agire con decisione, se non addirittura audacia, tenuto conto che, anche in caso di fallimento, le conseguenze sono normalmente meno temibili di quanto siamo portati a pensare.

IDENTITA’ iGEN

“iGen’ers may need more precise instructions for tasks and more encouragement to figure things out on their own. Managers who learned to be cheerleaders for Millennials will find they are more like therapists, life coaches, or parents for iGen.”. 

Conosciuti anche come “nativi digitali”, gli esponenti della Generazione Z vengono definiti “iGen” per la naturalezza con la quale  utilizzano Internet, le tecnologie digitali soprattutto touch ed i social  network, fondamenta del loro percorso di maturità e socializzazione.

E’ una frase di Jean M. Twenge, una delle massime studiose iGen, autrice di un interessante libro che riporta, tra osservazioni e statistiche un ritratto incredibile di questa generazione. Sono nati tra la metà degli anni Novanta e il 2010 e rappresentano una popolazione di circa 2,6 miliardi di persone a livello mondiale.
Per loro non esiste distinzione tra vita reale e vita digitale: l’identità è unica. La iGen spende la maggior parte del proprio tempo online  comunicando privatamente con persone con cui interagisce anche nella vita offline. Tutte le attività all’aperto e tutte le attività di socializzazione sono state rimpiazzate dagli spazi virtuali del web. Non bevono, non guidano, non vanno alle feste, non escono, non fanno sesso.

Molto individualisti, credono fermamente nel “self-made man”. Oltre ad essere ambiziosi, sono anche idealisti: si tengono informati sulle battaglie collettive di natura sia socio-politica, che etica o legata all’ambiente, e le supportano sui  social. Vogliono lasciare il segno nel mondo, portando avanti valori come l’uguaglianza e l’autodeterminazione.

Il ritratto degli adolescenti dell’iGen che emerge dai dati raccolti è quello di una generazione sola, psicologicamente vulnerabile, con grande difficoltà nell’orientare le proprie scelte verso il futuro, soprattutto in termini professionali.

Data la rapidità dei cambiamenti valoriali, culturali e sociali a cui assistiamo oggi, si avverte la necessità di far luce sui bisogni delle nuove generazioni e sulla loro complessa realtà. Sarà fondamentale creare un Osservatorio che possa guardare,  raccogliere dati, analizzare, elaborare e monitorare le condizioni della generazione iGen. L’interesse dovrebbe essere quello di comprendere dinamiche complesse, che stanno portando questa generazione ad un isolamento sempre maggiore. Solo a partire da uno sgauardo curioso sui giovani, che interpelli i giovani stessi, sarà possibile far sì che essi possano entrare in modo attivo e propositivo nel mondo. Si potranno così comprenderne gli obiettivi, i desideri, le difficoltà, con lo scopo di mettere in relazione i desideri e le  aspettative con i progetti di vita e la loro possibilità di realizzazione. 

L’OTTIMISMO SI PUO’ IMPARARE?


Le persone vengono spesso descritte come “ottimisti” o “pessimisti”, quasi come questi fossero tratti stabili della personalità. Le ricerche dimostrano invece che l’ottimismo - inteso come la capacità di confrontarci con la realtà con la convinzione di poter trovare le giuste soluzioni in rapporto all’obiettivo – è una dimensione allenabile.

E’ probabile che le persone nascano con una predisposizione più o meno forte ad utilizzare un approccio ottimistico…ma certo questo non significa solo “pensare positivo” o ignorare i problemi.

Quando infatti siamo presi dal pessimismo, ci sembra non ci siano opzioni….e rimanendo in uno stato di solitudine e disperazione, difficilmente riusciremo a risolvere un problema. Il segreto è riconoscere la serietà del problema e considerare delle alternative.

Si può costruire un grafico “Problema-Soluzione”, elencando tutte le problematiche e scrivendo quanto siano difficili. Nella colonna seguente, si scrive una soluzione che potrebbe essere possibile per una persona con tante qualità ed esperienza. Poi una soluzione che potrebbe funzionare, anche se non ancora realizzabile. Infine ci si domanda: sono realistiche entrambe? Si sceglie poi una delle soluzioni, domandandosi cosa serve imparare oppure migliorare in modo da riuscire a metterla in pratica.

Allenare questo processo aiuterà a “praticare l’ottimismo”, rendendo più semplice accettare la serietà dei problemi e, simultaneamente, creare soluzioni.

SOLO SEI SECONDI

c.jpgLo sapevi che?

Servono circa sei secondi ad una emozione per viaggiare attraverso il nostro corpo, portare il proprio messaggio ad una cellula ed essere riassorbita

Le emozioni sono sostanze chimiche che consentono al nostro cervello e corpo di lavorare insieme, influenzando ogni cellula vivente del nostro corpo che poi influenza la nostra mente. Sono una sorta di sistema di comunicazione a due vie. 

Così, in un qualsiasi momento, abbiamo più piccole “esplosioni” di queste sostanze chimiche emozionali che, in giro per il nostro cervello e corpo, portano i loro messaggi al fine di regolare i nostri sistemi interni e aiutarci a far fronte alle situazioni. Le emozioni avvertono il corpo di prepararsi ad opportunità o minacce, regolando funzioni base come il battito cardiaco, il flusso sanguigno, la digestione, il sistema immunitario, la risposta muscolare ed anche la temperatura corporea....

In quanto animali sociali, le nostre emozioni servono allo scopo di segnalare agli altri rischi ed opportunità. Creano un canale di comunicazione quasi istantaneo in cui poter leggere ogni codice, per poi elaborare l’informazione. 

C’è una varietà di fattori che rende una persona più o meno efficace come “trasmettitore emotivo”. Coloro i quali hanno autorità e presenza sembrano avere maggiore influenza emotiva, grazie ad uno uso sapiente di quella che definiamo Intelligenza Emotiva. 

Questa è la ragione per la quale è importante conoscere e saper gestire le proprie emozioni: perché, oltre ad avere effetto sulle nostre azioni, esse hanno effetto sulle persone che ci circondano. Così come le emozioni innescano un processo di feedback dentro di noi, così formano un ciclo di feedback anche intorno a noi. 

E’ una sorta di “contagio emotivo”. E la ragione per cui questo accade si chiama Neuroni Specchio, che permettono di “sentire” semplicemente guardando un’altra persona fare qualcosa. Notare e rispondere alle emozioni altrui è dunque un punto fondamentale per il nostro benessere. 

E’ bello pensare che siamo programmati per connetterci.